gio.19.03.09 CONCERTO TRIBUTO AGLI U2



Da Non Perdere!


Nello storico locale di Roma, il Piper, la cover band "The One" si esibirà in occasione dell'uscita del nuovo album del mitico gruppo irlandese.
Vista la ricorrenza del St Patrick's day l'evento sarà anche un'occasione per festeggiare con le atmosfere più tradizionali proposte dai "Ned Ludd".
Piper, via Tagliamento, 19.03.09.
Ingresso 13 euro - per info e lista: 06.5412597 oppure 06.855398
Nel corso della serata sarà sorteggiato un fantastico premio:
2 notti a Dublino per 2 persone!

La Tigre Celtica va in pensione...

DA IL CORRIERE DELLA SERA on line (Foto: Castello del Re John a Limerick City)
http://www.corriere.it/

I giovani fanno la valigia.
Franck McCourt: la miseria che ho raccontato io è un’altra cosa .

Le ceneri di Limerick

Redditi record, Eden delle multinazionali. Questa era la città-simbolo del miracolo Irlanda. Ora è tutto finito.

Pat Curtis potrebbe parlare per ore. Ha ventitre anni, fa l’operaio, porta la polo slacciata, un giubbino leggero, lo sguardo serio di chi prima di diventare maggiorenne era già in catena di montaggio. Fa freddo nel cortile della sua fabbrica, e la tettoia di plexiglas sotto la quale ci ripariamo non basta a tenere a bada la pioggia. Noi dai brividi abbiamo smesso di fare domande. Pat potrebbe parlare per ore: «Noi irlandesi accettiamo tutto, e anche se ci licenziano non muoviamo un dito. Sa perché? Perché siamo contenti solo quando andiamo a fondo». Il fondo per noi è questa pioggia di ghiaccio, per Pat invece è il maggiore esportatore del paese, la seconda azienda d’Irlanda, che trasferisce all’estero dieci linee produttive mandando a casa 1.900 operai. Si tratta della texana Dell computer, che sbarca sull’isola nel 1990 e l’8 gennaio 2009 si accorge che a Lodz, in Polonia, un operaio lo paghi tre euro all’ora. Molto meno dei 12 euro che pretendono a Limerick, in Irlanda: «Adesso tocca a quelli di Dell, ma a luglio vado a casa anch’io che da sei anni lavoro per un’azienda dell’indotto» dice Pat Curtis. «Per me non mi preoccupo: sono giovane, mi rimetterò a studiare. Ma ora so che lavorare con lealtà non porta a nulla: ci dicevano di non creare problemi perché se no se ne andavano. E se ne vanno comunque».
Dal miracolo al panico. Per anni l’Irlanda è stata la prima della classe, la tigre celtica che a forza di fondi europei e sgravi fiscali passava dal tirare a campare all’euforia del mercato: nel 1988 l’Economist la definiva «la più povera tra i ricchi», nel 2006 le statistiche della Ue le assegnavano un reddito pro capite secondo solo a quello del Lussemburgo. Anni di duro lavoro e consumo improvviso: «C’era molta frenesia» ci dice Niamh Hourigan, giovane ma già quotata sociologa dell’Università di Cork. «Che mimetizzava la paura che tutto potesse finire all’improvviso. Mio marito è svizzero, e mi dice che a Ginevra non ha mai visto l’assalto ai centri commerciali del nostro sabato pomeriggio». È stato un boom lungo, sorprendente, straordinario. Ma bisogna parlarne al passato: nel 2007 i primi scricchiolii, a marzo 2008 un Saint Patrick’s day da brivido con la Borsa che brucia 3,5 miliardi di euro, lo scorso 15 gennaio la nazionalizzazione della terza banca del paese che in dodici mesi era passata da 17 a 0,22 euro ad azione: «Pensare che solo un anno e mezzo fa i partiti di governo hanno vinto le elezioni in nome della stabilità e la competenza economica» si indigna Karan O’Loughlin, dirigente di Siptu, il maggiore sindacato irlandese. Si è sgonfiata la bolla finanziaria, è saltato il bluff immobiliare, per quest’anno si prevede un crollo dei prezzi delle case vicino all’80 per cento. A chiudere il quadro mancavano solo i frutti velenosi della globalizzazione, con le multinazionali che guardano altrove per tagliare i costi e salvare la competitività. Ovunque, ma via dall’Occidente, dall’Irlanda, da Limerick
Piove ancora, fa sempre più freddo e all’ufficio di collocamento ci mostrano le ultime statistiche sulla disoccupazione in città: in un anno i senza lavoro sono aumentati del 65 per cento. Con un viatico del genere, quando torniamo per strada e ricominciamo a gocciolare, ci vuole niente a farci sentire nei panni umidi di Frank McCourt. Sì, perché per il resto del mondo Limerick è soprattutto la protagonista delle Ceneri di Angela, il romanzo che ha incantato dieci milioni di lettori raccontando di una città tormentata da «grandi quinte di pioggia» e di «un’infanzia infelice irlandese e cattolica» di settant’anni fa. McCourt oggi vive a New York, e a Io donna dice che la Limerick che vediamo noi è una ricca città del XXI secolo «mentre quella in cui sono cresciuto io era misera e vittoriana. La differenza è che oggi la gente ha le scarpe ai piedi, capisce?». E che i palazzi sono di vetro e acciaio, i mulini hanno fatto spazio agli alberghi, il centro pedonale è riservato allo shopping: «E soprattutto che non ci sono più tutti quei preti e quelle suore che terrorizzavano la nostra esistenza». Per McCourt oltre alla povertà il boom della “tigre celtica” ha cacciato una pletora di fantasmi: «Il cattolicesimo irlandese non è come quello italiano. Voi non vi prendete mai troppo sul serio, mentre per noi l’inferno era ovunque. Non ho nostalgia per quei tempi, e penso che il progresso economico almeno a questo è servito: gli irlandesi non hanno più paura». Il Pil potrà anche diminuire del 4,5 per cento (previsioni per il 2009), il disavanzo pubblico crescere fino al 9,5, ma Angela non abbasserà più la testa: «Anche se i nostri giovani dovessero emigrare, se ne andrebbero nel mondo forti della loro istruzione, e privi di quel senso di colpa con cui la Chiesa ha tenuto in pugno la mia generazione». Un messaggio limpido, quasi una pacca di incoraggiamento. Eppure Limerick non ama le sue ceneri, e solo a sentire nominare Frank McCourt i più arricciano il naso e si affannano a spiegare che la città di cui parla lui probabilmente non è mai esistita. C’è addirittura chi ha spulciato il best seller arrivando a contare 117 imprecisioni di nomi, luoghi, opere e omissioni: «La verità è che McCourt ha riaperto una ferita dolorosa» ci spiega la sociologa Hourigan. «Chi è sopravvissuto a quella miseria non ama che gliela si ricordi a tanti anni di distanza».
In tempo di crisi le ferite bruciano più del solito. Una è McCourt, lo scrittore che ha regalato alla città una fama sgradita. Un’altra è Moyross, il quartiere che in tutta l’Irlanda vuole dire violenza, droga, emarginazione. Qui anche negli anni migliori la disoccupazione sfiorava il 30 per cento, e anche adesso che i licenziamenti sono più degli investimenti le cose seguono un corso a se stante: «I reati a Moyross stanno diminuendo drasticamente» ci dice Allen Meagher, che nell’area ha lanciato il progetto di editoria sociale Changing Ireland. «Mentre a non cambiare sono il pregiudizio e l’esclusione sociale». Per farci capire di cosa parla, Allen ci carica sulla sua Volkswagen: si fa presto a notare che il quartiere è circondato da mura, in certi tratti da una doppia fila di mura su cui spicca l’avvertenza a tenersi alla larga dal filo spinato. Siamo nella Belfast dei troubles, nella Beirut della guerra civile? Semplicemente nella Limerick appena fuori dal boom, appena dentro la crisi. Oltre il muro ci sono le residenze del Parco Tecnologico, gioiello del sistema universitario cittadino; al di qua duemila persone divise tra chi nell’esclusione ci sguazza e chi non sa più a che santo votarsi. Il governo di Dublino aveva appena lanciato un ambizioso Regeneration project. La preoccupazione è che la crisi si porti via anche i fondi per sanare l’ultimo quartiere in cui McCourt potrebbe ambientare il sequel del suo disperato romanzo.
Ma ce la farà l’Irlanda? E ce la farà Limerick? In città sono in molti ad avere già un nipote in Australia, un figlio in Canada, uno zio nella Russia di Putin. Dopo anni di immigrazione polacca, l’ironia vuole che comincino a farsi vedere anche aziende di Varsavia a caccia di disoccupati irlandesi. Ma nessuno getta la spugna: al freddo di gennaio, in O’ Connell street c’è chi aspetta l’autobus con il piumino d’oca, chi spinge carrelli in maniche di camicia. Michael O’ Donnell, che da dieci anni accompagna i turisti sulle orme dei personaggi di Frank McCourt, dice che gli hanno chiesto se non stiano tornando i tempi delle ceneri di Angela. Lui ammette che non lo sa. Ma di una cosa è sicuro: «Noi irlandesi siamo gente tosta. Ne abbiamo viste di peggiori".


Raffaele Oriani 27 gennaio 2009

8 SEMPLICI CONSIGLI PER IMPARARE UNA LINGUA STRANIERA

Imparare una lingua straniera è un’esperienza eccitante. All’inizio l’interesse è grande, ma col tempo le priorità cambiano e ti riesce sempre più difficile fare i conti con quel libro di grammatica che avresti proprio bisogno di leggere. Quello che ti serve ora è una strategia che ti aiuti a non perdere l’allenamento. La disciplina può essere d’aiuto, ma, per coloro che non posseggono tale virtù, ecco una lista di consigli più divertenti, ma ugualmente validi…

1. Ascolta la musica:Trova i testi delle canzoni nella lingua che vuoi imparare. Cerca di memorizzare le parole e canta! Questo ti aiuterà tantissimo a ricordare nuove espressioni, ma anche la grammatica. Il tuo cervello imparerà a riconoscere dei modelli linguistici che poi, durante una conversazione, ti torneranno in mente con gran facilità. E questo è utile perché ripeti, ascolti e metti in pratica, non solo le parole e la grammatica, ma anche il ritmo e il suono della lingua. Inoltre, cantando, puoi esercitarti anche nella pronuncia.

2. Leggi i fumetti:Utilissimo, specialmente se hai appena iniziato ad imparare una lingua straniera. È così che i bambini imparano e si esercitano. La tua mente memorizzerà le immagini e le assocerà ai vocaboli utilizzati. Molto più semplice del memorizzare la semplice equazione matematica “Parola 1” = “Parola straniera 2”.

3. Leggi dei libri:Leggi dei libri scritti nella lingua che vuoi imparare. Procurati un buon dizionario e appuntati le parole che non conosci mentre leggi. All’inizio sarà difficile, non pensare di poter comprendere ogni singola parola o frase. Col tempo, però, ti renderai conto che il tuo vocabolario inizierà ad arricchirsi pian piano.

4. Leggi le riviste in rete:Leggi le riviste in rete, magari un breve articolo al giorno. Puoi anche stamparlo e leggerlo prima di andare a letto. Se hai ascoltato il TG durante il giorno, potresti anche già conoscere il contesto e capire più facilmente. Oppure, se ti piace leggere i gossip, non avrai problemi a capire che Brad Pitt e Angelina nascondono qualche segreto scottante.

5. Leggi lentamente:Dai alla tua mente il tempo di creare delle immagini. Questo è uno dei motivi principali per cui è più facile imparare quando si è giovani. Più cresci e più diventa difficile per il tuo cervello creare delle immagini da associare a ciò che leggi. Con l’età si tende ad “attaccare etichette” alle “informazioni”. Fai in modo che la nuova lingua crei un mondo nuovo nella tua mente.

6. Non aver paura di commettere degli errori:Commettere degli errori rientra in ogni processo di apprendimento. Non aver paura! Non deve esserci differenza tra la fase di apprendimento (quando sei da solo col tuo dizionario) e la fase di utilizzo della lingua (in una conversazione). Non devi essere perfetto! Cerca di imparare alcune frasi da utilizzare in una conversazione: “Cosa significa X nella tua lingua?”, “Come si può esprimere X correttamente?”, “Pronuncio correttamente se dico X?”. Queste ed altre domande del genere possono aiutarti a rompere “l’imbarazzante silenzio” quando cerchi di esprimerti in una lingua straniera.

7. Guarda dei film:Con o senza sottotitoli. Cerca di trovare uno dei tuoi film preferiti nella lingua che vuoi imparare.

8. Trova un amico di penna:Trova qualcuno per imparare a vicenda. Ogni giorno, una breve conversazione attraverso un programma di messaggistica istantanea o via mail ti aiuta a tenere allenata la lingua che vuoi imparare.

IL CERVELLO E L'APPRENDIMENTO LINGUISTICO


REPUBBLICA.IT 30.07.08 - TECNOLOGIA & SCIENZA

Un gruppo di ricercatori dell'università di Chicago individuala zona da cui dipende l'apprendimento. E' il "Giro di Heschl" .


Quanto è facile imparare una lingua? Lo decide il cervello.
CHICAGO - Si chiama giro di Heschl. E' la parte del cervello che racchiude la corteccia uditiva, ossia quell'area che presiede alla percezione dei suoni. Ma dalle sue dimensioni dipende anche un'altra capacità, quella di imparare più o meno facilmente una lingua straniera. Apprendere una lingua diversa da quella natale non è solo una questione di esercizio, ma anche una derivazione di madre natura. A scoprirlo, dando così un marchio di scientificità a una credenza diffusa, sono stati i ricercatori della Northwestern University di Chicago, con uno studio pubblicato sulla rivista Cerebral Cortex. Gli scienzati hanno condotto un esperimento su 17 persone di età compresa tra i 18 e i 26 anni. Hanno misurato le dimensioni del loro giro di Heschl, attraverso una risonanza magnetica cerebrale, e su questa base sono riusciti a indovinare quali, tra di loro, avrebbero imparato più agevolmente 18 parole di una pseudo-lingua inventata. Quanto maggiore era il volume dell'area misurata, infatti, tanto più facile era per le "cavie" apprendere i nuovi vocaboli. In particolare, a fare la differenza erano le dimensioni della parte sinistra del giro, come ha dichiarato una delle autrici dello studio, Catherine Warrier.
A guidare l'equipe di ricercatori è stato il neuroscienziato Patrick Wong, professore assistente a Northwestern, che ha utilizzato un metodo già sviluppato da Virginia Penhune e Robert Zatorre, dell'Istituto Neurologico di Montreal. I partecipanti allo studio, tutti rigorosamente di madre-lingua inglese, si sono fatti misurare il giro di Heschl. Poi sono entrati in una cabina insonorizzata, dove hanno ascoltato 6 suoni di una sillaba ciscuno (pesh, dree, ner, vece, nuck e fute), risintetizzati in 3 tonalità differenti. Le pseudo-parole erano dunque 18, perché nelle lingue tonali il significato di un vocabolo cambia a seconda del tono. Le 18 pseudo-parole sono state associate ad immagini che ne rappresentavano il significato. Il suono "pesh", ad esempio, è stato collegato, a seconda delle tonalità, alle parole "bicchiere", "matita" e "tavolo". I nove partecipanti dal giro di Heschl più voluminoso hanno avuto una percentuale di riuscita del 97% nell'identificare le pseudo-parole. Gli altri 9 si sono fermati al 63%. Alcuni di loro hanno avuto bisogno di ben 18 sessioni per riconoscere i suoni. C'è dunque un nesso tra biologia e linguistica, per cui alcuni uomini sono più predisposti di altri ad apprendere una lingua straniera. In passato altri studi avevano mostrato un nesso tra capacità linguistiche e struttura del cervello, ma per la prima volta si individua la sede precisa di questo fenomeno. Tra l'altro, il fatto che questa sede sia il giro di Heschl ha sorpreso gli stessi ricercatori, perché quest'area del cervello è stata sempre associata al riconoscimento dei suoni primari - se è crescente o decrescente, da dove proviene, quanto è potente - non a una struttura complessa come il linguaggio. Anche se imparare una lingua è spesso una questione di testa, i meno dotati non si devono disperare. La costanza, l'applicazione negli studi non è inutile. E poi la ricerca degli scienziati americani serve soprattutto a loro. Perché il suo scopo è quello di "capire meglio il funzionamento del cervello, e aiutare a migliorare l'insegnamento delle lingue". Lo garantisce il dottor Wong in persona.

QUI BELFAST...



L'ultima pubblicazione di Silvia Calamati

QUI BELFAST. 20 ANNI DI CRONACHE DALL’IRLANDA DI BOBBY SANDS E PAT FINUCANE

(Roma, Edizioni Associate, 2008. Euro 16,00)

ISBN 9788826704814

Qui Belfast è una raccolta di articoli, pubblicati nel corso di vent’anni, con cui Silvia Calamati, oggi collaboratrice di RAI NEWS 24, cerca di aprire ancora una volta una breccia nel muro di omertà e connivenze costruito attorno al conflitto nord-irlandese: una censura il cui prezzo più alto è stato pagato da migliaia di cittadini innocenti. Girando in lungo e in largo le Sei Contee nord-irlandesi la giornalista ha raccolto le voci di gente comune, ma anche di personalità di spicco del mondo politico e culturale e religioso. Ha inoltre seguito il difficile processo politico che ha portato, dagli inizi degli anni Ottanta, alla firma dello storico “Accordo del Venerdì Santo” dell’aprile 1998.
Nonostante tale accordo non si è ancora giunti a una “pace con giustizia” in Irlanda del Nord. Perché sono ancora a piede libero i mandanti dell’assassinio degli avvocati Pat Finucane e Rosemary Nelson, uccisi rispettivamente nel 1989 e 1999? Perché non si conoscono ancora i nomi dei killer del giornalista Martin O’Hagan, assassinato nel 2001? E perché non hanno avuto ancora giustizia le famiglie delle moltissime persone uccise in questi anni a causa della politica di collusioni tra soldati, polizia, servizi segreti e gruppi paramilitari? Perché, infine, le leggi, le istituzioni e le strutture che hanno permesso tali collusioni e violazioni dei diritti umani non sono state ancora eliminate?
Oggi il tentativo di far affievolire in tempi brevissimi una memoria storica di un conflitto in cui Londra ha avuto pesantissime responsabilità si scontra con il pressante bisogno di portare alla luce la verità su quel che è accaduto, così come richiesto dai familiari delle vittime, dai più prestigiosi organismi internazionali per i diritti umani e da giornalisti coraggiosi e indipendenti (come Brian Feeney, del quotidiano The Irish News di Belfast, o Roy Greenslade, del londinese The Guardian), i cui articoli sono riportati in questo libro.
Così scrive Calamati nell’introduzione: “Nel mio lungo rapporto con l’Irlanda del Nord è sempre stata la morte di una persona che mi ha spinto a scrivere o a tradurre, di volta in volta, un libro. Qui Belfast, invece, nasce a seguito di un progetto che è stato recentemente reso pubblico dalle autorità britanniche. L’idea è quella di smantellare il carcere di Long Kesh (quello in cui Bobby Sands e altri nove giovani detenuti irlandesi si lasciarono morire di fame nel 1981, dopo anni di durissime lotte carcerarie), per “riutilizzare” l’enorme area in cui sorgeva la prigione.
Ad oggi non ci è dato sapere se i tentativi di costruire un enorme stadio nel sito dove vi era il carcere di Long Kesh e di cancellare la memoria storica in Irlanda del Nord avranno successo. Né sappiamo se le persone che hanno subito violenza in questi trent’anni di guerra potranno avere un giorno giustizia o se coloro che nelle istituzioni dell’Irlanda del Nord sono stati responsabili di ingiustizie e violenze riusciranno a farla franca. Di certo non basteranno a cancellare tale memoria milioni di sterline, città che cambiano volto di giorno in giorno o un afflusso di turisti mai registrato prima. Quel che è accaduto a Emma Groves, Pat Finucane, Bobby Sands, Rosemary Nelson e a tante altre persone in Irlanda del Nord è radicato profondamente nelle coscienze e fa parte della memoria collettiva della gente. E lo sarà, così come succede da sempre in questo piccolo angolo d’Europa e come le antiche ballate irlandesi ancora oggi testimoniano, per tanto, tanto tempo ancora”.


25 dicembre - NATALE DEL SOLE




25 dicembre – Festa del Sole

Sin dall’antichità l’uomo ha nutrito una riverenza verso il sole come divinità creatrice. Festeggiava il sole nel solstizio (sole fermo) d’inverno, giorno di luce più breve dell’anno dal quale la natura rinasce via via che la luce del giorno torna ad aumentare.I celti festeggiavano il solstizio d’inverno raccogliendo vischio che i druidi (sacerdoti) bruciavano come rito propiziatorio.Gli antichi romani in questo periodo dell’anno (21/25 dicembre) festeggiavano i saturnali (in onore di saturno dio dell’agricoltura).
Nel 272 Aureliano sconfisse la principale nemica dell'impero (riunificandolo), la Regina Zenobia del Regno di Palmira, grazie all'aiuto provvidenziale della città stato di Emesa . L'appoggio dei sacerdoti di Emesa, cultori del dio Sol Invictus, ben dispose l'imperatore che, all'inizio della battaglia decisiva, disse di aver avuto la visione benaugurante del dio Sole di Emesa.
Così nel 274, Aureliano trasferì a Roma i sacerdoti del dio Sol Invictus e ufficializzò il culto solare di Emesa, edificando un tempio sulle pendici del Quirinale e creando un nuovo corpo di sacerdoti (pontifex solis invicti). L'adozione del culto del Sol Invictus fu vista da Aureliano come un forte elemento di coesione dato che, in varie forme, il culto del Sole era presente in tutte le regioni dell'impero. Anche molte divinità greco-romane, come Giove e Apollo, erano identificate con il sole. Sebbene il Sol Invictus di Aureliano non sia ufficialmente identificato con Mitra, richiama molte caratteristiche del mitraismo, compresa l'iconografia del dio rappresentato come un giovane senza barba nato da una vergine ed affidato a 12 sapienti che lo consideravano “il salvatore”.
Aureliano consacrò il tempio del Sol Invictus il 25 dicembre 274, in una festa chiamata dies natalis Solis Invicti, "Giorno di nascita del Sole Invitto", facendo del dio-sole la principale divinità del suo impero ed indossando egli stesso una corona a raggi. La festa del dies natalis Solis Invicti divenne via via sempre più importante in quanto si innestava, concludendola, sulla festa romana più antica, i Saturnali.

L'Imperatore Costantino, che era, e rimase, anch’egli un cultore del Dio Sole, abbracciando la fede cristiana trasformò nel 330 la festa del Sol Invictus del 25 dicembre in Festa Cristiana. In precedenza (7 marzo 321) Costantino aveva cambiato anche il nome del primo giorno della settimana, festivo: da Dies Solis (“il venerabile “giorno del Sole) a Dominus, (giorno del Signore). Questi cambiamenti non furono sempre graditi, tanto che nel centro-nord Europa è rimasto l’antico nome di giorno del Sole (Sunday tra i Sassoni, Sontag tra i germanici).


Nel 337 Papa Giulio I ufficializzò la data del Natale da parte della Chiesa Cattolica, come riferito da San Crisostomo nel 390: “In questo giorno, 25 dicembre, anche la natività di Cristo fu ultimamente fissata in Roma”. Nel 354, si menziona per la prima volta in un calendario della liturgia romana la festa del 25 dicembre cristiano. Nel 461 questa scelta sarà riconfermata da Papa Leone Magno. Altri autori ecclesiastici rinviano al 354 con Papa Liberio la prima apparizione del Natale in Occidente.. La scelta della Chiesa di Roma di far coincidere la nascita di Cristo con la festa pagana più celebrata fu un tentativo di rispondere alla grande partecipazione che il culto del sole conservava tra la popolazione dell’Impero, adattandolo culto alla nuova religione. Successivamente un’operazione del genere fu fatta anche ricorrendo alle figure dei santi per sostituire divinità o feste locali (S.Giorgio=Parilia, S.Giovanni=acqua, Assunzione=Diana.)

In Africa e centro-sud America questa pratica ha preso il nome di sincretismo religioso.

Nei primi tre secoli del Cristianesimo, la nascita di Cristo aveva date diverse: 18 aprile, 29 maggio, per S.Cipriano era il 28 marzo, per S.Ippolito il 23 aprile, secondo Clemente Alessandrino il 20 maggio o il 10 gennaio o il 6 gennaio; quest’ultima data poi si affermò in oriente e da lì giunse a Roma fino al cambiamento deciso da Costantino e poi ratificato dal Papa Giulio I.

L’imperatore Giustiniano, circa duecento anni dopo, legalizzò questa data per tutto l’Occidente

Altre Chiese cristiane, come quella ortodossa, copta, armena, continuano invece a celebrarla il 6 gennaio (Epifania = Annunciazione)
All’epoca i cristiani della Mesopotamia accusarono i loro fratelli “romani” di idolatria e di adorare il Sole per aver adottato la Festa del Sole come festa della nascita di Cristo.

Anche le Chiese della Riforma, a cominciare dai Calvinisti, accusarono la Chiesa di Roma di cedimento dei cristiani al paganesimo. In effetti la dimensione pagana nel Natale durò a lungo.

Ancora centotrenta anni dopo la decisione di Costantino, nel 460, il Papa san Leone Magno sconsolato scriveva: ”E’ così tanto stimata questa religione del Sole che alcuni cristiani, prima di entrare nella basilica di S. Pietro, dopo aver salito la scalinata, si volgono verso il Sole e piegando la testa si inchinano in onore dell’astro fulgente. Siamo angosciati e ci addoloriamo molto per questo fatto che viene ripetuto per mentalità pagana. I cristiani devono astenersi da ogni apparenza di ossequio a questo culto degli dei” (7°sermone tenuto nel Natale del 460 – XXVII-4).

Lo stesso S.Ambrogio dovette ammettere: “Cristo è il nostro nuovo Sole”
Nel 376 venne soppresso il culto di Mitra a Roma per ordine del prefetto.

Con l’editto dell’ imperatore Teodosio del 392 che diede inizio alle persecuzioni contro i riti pagani (da “pagos”=villaggio”), si conclusero a Roma le ultime celebrazioni alla Dea Iside, madre di Horus (il dio Sole egiziano), e infine nel 536 con i decreti dell’Imperatore Giustiniano con cui chiudeva l’ultimo tempio ad Iside in Egitto, il Natale lentamente si affermò come festa cristiana in tutto l’impero.

THE COMMITMENTS



Mercoledì 26 novembre - ore 20.45

CINEFORUM IRLANDESE (in inglese con sottotitoli)
Riservato ai soci – gratuito
Max 10 posti



The Commitments. Film del 1991 da Alan Parker, tratto dall'omonimo libro scritto nel 1987 da Roddy Doyle.

Racconta di un gruppo di giovani squattrinati che decidono di creare un gruppo musicale soul nella parte nord di Dublino.

Il film venne girato nel 1991, diretto da Alan Parker e con un cast composto da Andrew Strong, nella parte di Decko, Robert Arkins, Michael Aherne, Angeline Ball, Maria Doyle, Bronagh Gallagher, Johnny Murphy e molti altri.
Gli attori erano tutti quasi sconosciuti prima del film, e vennero scelti per via delle loro capacità musicali. La maggior parte di loro, dopo il successo del film, ha lasciato la carriera della recitazione per dedicarsi alla musica.
Jimmy Rabbite, figlio di un fanatico di Elvis, accetta l'offerta di diventare manager di una banda composta da due amici (Derek e Outspan). Ad un matrimonio scopre la bellissima voce di uno degli invitati (Deco), ubriaco ma particolarmente dotato. Decide a questo punto che la banda suonerà musica soul, ed inizia la ricerca dei componenti del gruppo, tra cui un misterioso Joey "Labbra" Fagan, che sostiene di aver suonato con tutti i più grandi della musica. Nonostante non riesca mai a provare la veridicità delle sue "imprese", nessuno riuscirà a trovare prove contrarie.
Man mano la tensione tra i componenti del gruppo sale sempre di più, alimentata dalla gelosia e dall'animosità dei componenti, di pari passo alla fama del gruppo. La promessa di Labbra di far suonare il gruppo assieme a Wilson Pickett, promessa non mantenuta, è la goccia che scatena una rissa e il conseguente scioglimento del gruppo, proprio quando la stampa e un discografico di una casa famosa si era interessato a loro….